Brescia, famiglia contagia la badante in nero e la butta per strada. L’assurda storia di Elena

Brescia -

La categoria dei lavoratori domestici – badanti, colf, collaboratori in genere – è tra le più colpite dal Covid-19. Non soltanto in termini di posti di lavoro perduti, con schiere di lavoratrici e lavoratori ritrovatisi all’improvviso privi di reddito, alloggio e possibilità di rientrare in patria causa blocco delle frontiere, ma anche in termini di salute.

 

Quasi sempre assunti in nero, con paghe di 4 euro l’ora inferiori al reddito di cittadinanza, se si ammalano di Covid-19 questi lavoratori sono costretti a subire trattamenti inumani da parte delle famiglie per le quali lavoravano.

 

Perché il problema non è rappresentato soltanto dagli organi politici e amministrativi, tra decreti sicurezza, ristoro e dpcm vari, ma anche dai comportamenti dei sedicenti “datori di lavoro”, che approfittando della ricattabilità dei collaboratori domestici li trasformano da esseri umani in accessori usa e getta.  

 

USB Lavoro Domestico riceve ogni giorno decine di segnalazioni da ogni parte d’Italia. C’è chi, come accaduto a Palermo, chiede alla colf contagiata il pagamento di un affitto per poter rimanere in quarantena nella casa e chi si spinge a comportamenti che è poco definire brutali.

 

Come accaduto a Elena, arrivata dall’Ucraina a Brescia per fare la badante, nonostante in patria sia laureata in medicina, specialista in anestesia e rianimazione. Costretta da una guerra “a bassa intensità” a emigrare in cerca di una vita migliore.

 

Elena trova appunto lavoro presso una famiglia bresciana. Niente contratto, niente diritti, sei persone di cui occuparsi. Le chiedono il test sierologico, che fornisce senza problemi. Si scopre però che tutta la famiglia è contagiata dal Covid-19. Si ammala anche Elena, ma per lei non esistono cure mediche, nemmeno da parte dei suoi colleghi italiani e solo dopo molte insistenze, quando le sue condizioni peggiorano, viene visitata. Ha bisogno di ricovero e di ventilazione assistita, ma nessuno chiama un’ambulanza per lei. Stremata, lascia la casa, in cerca di aiuto. In strada si accascia sulla sua valigia, sviene. Sono i passanti a chiamare quell’ambulanza che i suoi “datori di lavoro”, le hanno rifiutato.

 

In ospedale le assegnano un codice giallo, nonostante sia in condizioni gravi. È una straniera non in regola: il codice fiscale sul permesso di soggiorno non risulta infatti valido, viene registrata con il passaporto, però sulla cartella di ricovero c’è scritto che è un’extracomunitaria con regolare permesso di soggiorno. Una vera e propria lotteria burocratica, dalla quale emerge un responso finale: clandestina.  Non c’è ventilazione per lei, infettata dalla famiglia presso la quale lavorava in nero.

 

L’aggravamento delle sue condizioni ne provoca infine il ricovero in terapia intensiva: per tre giorni, in stato d’incoscienza, la vita di Elena è appesa ai macchinari. Non appena si riprende, l’ospedale le consegna il conto: deve pagare per le cure alle quali è sottoposta.

 

Una donna straniera, lavoratrice/schiava senza famiglia e senza casa, rischia la vita per colpe non sue e alla fine riceve il conto, anche se soldi non ne ha. Eppure in Italia l’articolo 32 della Costituzione garantisce cure gratuite agli indigenti.

 

USB Lavoro Domestico chiede alle autorità competenti che il caso di Elena sia risolto, così come venga prestata attenzione alle migliaia di badanti, colf e collaboratori domestici rimasti senza lavoro dall’oggi al domani e vessati da famiglie senza scrupoli. Come insegna il caso di Elena.

 

USB Lavoro Domestico sarà sempre al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori.

 

USB Lavoro Domestico

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