Caccia aperta ai clandestini da parte delle istituzioni

Roma -

Con il pretesto della lotta al lavoro nero gli ispettori del lavoro continuano ad essere utilizzati per rastrellare immigrati “clandestini”.

Nel Lazio, in questi giorni, nelle  campagne dell’agro pontino, la scorsa estate sul litorale con l’operazione “acqua azzurra”  e poi nei cantieri edili, nei mercati rionali, ecc.

Questo avviene in tutt’Italia ed è sempre la solita storia: non sono colpiti (se non in piccolissima misura) né padroni, né caporali ma solo “clandestini” pizzicati a lavorare. In perfetta continuità col precedente Ministro, anche Damiano sembra essere interessato ad ottenere risultati eclatanti  al fine di riempire statistiche di numeri, commissariati e CPT di esseri umani, i “clandestini” appunto,  prima schiavizzati e poi trattati da pericolosi delinquenti.

Quando gli ispettori colpiscono le aziende, come a Roma nel caso dell’Atesia, allora si levano da più parti grida di sconcerto e di indignazione; quando fanno prelevare dalle camionette della  polizia i migranti colti in flagranza di reato mentre producono ricchezza per il paese, allora questa è cosa buona e giusta.

E continua, questo governo, a perseverare nell’ipocrito  sistema dei flussi programmati  per lavoro con l’assurdo e finto incontro a distanza tra domanda e offerta e  a mantenere una legge – questa sì criminale – come la Bossi- Fini.

In assenza di una normativa sull’immigrazione che sia davvero alternativa, non c’è sostanziale differenza tra il sindaco leghista che offre un bonus di 500 euro alla polizia municipale della sua città per ogni “clandestino” pizzicato e le operazioni di ispettori e carabinieri messe in atto dal Ministero del Lavoro: a rimetterci sono sempre gli schiavi!

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