SALARIO CORTO

 

Contrordine compagni, il governo Berlusconi è diventato quasi di sinistra e il suo ministro del lavoro si schiera con gli operai. Si preoccupa di salvaguardare il loro posto di lavoro, addirittura pensa che le difficoltà debbano essere divise tra tutti. Vi ricordate quando le tute blu di Mirafiori, 28 anni fa, per evitare le liste di proscrizione scrivevano sugli striscioni «La soluzione c'è, cassa integrazione a rotazione»? Adesso Sacconi ha fatto sua quella parola d'ordine. Allora, di che ci lamentiamo? Settimana corta, 4 giorni di lavoro a settimana e un piccolo prelievo sullo stipendio, perché nessuno resti fuori. Che vogliamo di più? Sembra di sentire Fausto Bertinotti quando lasciò il governo Prodi in nome delle 35 ore.

Eppure, sono molte le cose che non ci convincono. Innanzitutto, quale credibilità possono avere un governo e un ministro che solo un mese fa spiegavano che per salvare l'Italia dalla Grande Crisi bisognava lavorare di più, fare straordinari a go-go così da rendere i nostri prodotti i più competitivi del mondo, ovviamente detassandoli per incentivare gli imprenditori a seguire questa strada? Erano tempi - un mese fa - in cui chi denunciava la gravità della crisi veniva preso per pazzo, in ogni caso pessimista che è un'accusa ancora più degradante. Oggi, dopo che ogni persona ragionevole aveva spiegato che quel provvedimento, oltre che sbagliato era fesso perché di lavoro non ce n'è, Berlusconi e Sacconi vengono a dirci che per evitare l'emergenza sociale, cioè i licenziamenti di massa, bisogna fare quel che molti di noi dicevano in tempi non sospetti.

In ogni caso, perché non incassare questo risultato e brindare tutti insieme l'anno bipartisan che verrà? Perché il governo e il suo ministro non sono credibili. Perché non rispondono a una richiesta generalizzata di estendere a tutti cassa integrazione e ammortizzatori sociali, a partire dagli ultimi nella indecente scala sociale su cui costringono uomini e donne ad accapigliarsi: i precari, per non parlare degli immigrati costretti da una legge razzista a perdere, insieme al lavoro, la possibilità di cercarne un altro - espulsi in quanto colpevoli di essere stati licenziati. Perché ci raccontano che riducendo le ore di lavoro e gli stipendi vogliono fare come la Merkel, senza dire che lo stipendio di un operaio tedesco è superiore del 40% di quello di un suo compagno italiano.

Ma c'è un altro punto delle contraddittorie politiche del governo che non torna. Uno dei limiti maggiori del nostro paese sta nell'arretratezza del sistema industriale: nessun investimento nella ricerca e per l'innovazione del prodotto, con conseguente caduta dell'esportazione di qualità (con l'esclusione di tanti cervelli, qualche scarpa di lusso, qualche Ferrari e un po' di bidè nonostante la crisi della ceramica). Perché non vincolare i soldi pubblici alle imprese proprio alla ricerca e all'innovazione, favorendo con una presenza pubblica nel capitale una riconversione verso una produzione socialmente ed ambientalmente compatibile? Infine, possibile che dentro questa crisi non sentano, a palazzo Chigi come in tutti i palazzi e i loft della politica, la necessità di portare la tassazione delle rendite finanziarie dal 12 all'europeo 20%? Quando la politica del governo cambierà radicalmente la sua natura crederemo alle sparate di Sacconi. Che comunque, da sole, non aiuterebbero il nostro paese ad affrontare la crisi più drammatica.

 

 

Loris Campetti - IL MANIFESTO - 23 dicembre 2008

 

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